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Bianca

“ No sorè, ho la carrozza quattro io, tu hai la sei. Ma tranquilla, ci posso stare tre ore sola sul treno, c’ho ‘sto mattone da leggere! Ci vediamo direttamente a Termini”

“ Ok, c’hai ragione.”

Lascio mia sorella al suo posto, pensando che ormai ha 19 anni e che sì, seduta nella sua carrozza ci può stare anche senza di me.

Vado a cercare il mio posto, “che palle- rifletto focalizzando il sedile- il finestrino manco al ritorno.”

Mentre cerco disperatamente la felpa per ripararmi dal gelo polare di questi treni di new generation con il train manager e doppia carta igienica nei bagni, si avvicina una ragazza mora, un viso delicato e due gambe alte quanto me. “Posso?” mi chiede sedendosi accanto al mio posto. Ecco, penso, il finestrino non a torto ha fatto la sua scelta.

Dormo, leggo, dormo, chiudo la bocca che si ostina ad aprirsi mentre dormo in posizioni innaturali, leggo e infine ascolto. La ragazza parla al telefono. La chiamerò Bianca, la ragazza.  Magari si chiamava Guendalina, ma preferisco Bianca. Bianca parla sottovoce, sembra non voglia farsi sentire, ma non da me, piuttosto dal tizio che presumo sia dall’altro capo del telefono. Gli dice che chiamava così, per fare un saluto. La sua voce è spezzata. Lui, credo, le dica un “ah, ciao”. Lei rimane zitta, lui anche. A quel punto vorrei intervenire, suggerendole un delicato: “mandaloacagaremandaloacagare”. Ovviamente non lo faccio. Lei riprende in mano la situazione, dice qualcosa tipo: “ Io, non so…è che volevo dirti che torno tra un’oretta e mezza.” Dall’altro lato del telefono forse un sospiro. E io nel frattempo ricomincio:“mandaloacagaremandaloacagare”.

Alla fine lei gli dice che forse ha fatto male a chiamare e che si dispiaceva per averlo disturbato. Lui attacca, lei guarda il telefono. Bianca respira forte, mi sembra di sentire i polmoni chiederle un po’ d’aria in più. Chiude gli occhi e si addormenta, fermando in calcio d’angolo una lacrima solitaria. Chiudo gli occhi anche io, magari in due giochiamo di contropiede.

Penso alle parole del vecchio che spesso incontro vicino casa: “ Pischellè, l’amore è una puttana. Prima ti seduce col suo profumo di lillà e poi ti abbandona come fossi uno straccio sporco calpestato già troppe volte. Io mi sò divertito tutta la vita, non me le ricordo più le donne che ho conquistato…mentre loro, loro sì che si ricordano! Certo, adesso c’ho 70 anni e sto solo come un cane, ma voi mette la libertà?” E così continuava, dicendo che ci son persone che hanno animi votati a cose più grandi, che legarsi ad una sola persona fino a strapparsi i capelli, è roba per gente più “semplice”.

Con gli occhi chiusi, sentendo Bianca trattenersi il cuore in petto, mi dico che non c’è niente di “semplice” in tutto questo. E che il vecchio mi ha detto una cazzata. Domani lo incontro e glielo dico di non dirmi cazzate. Lo so che ha pianto anche lui come Bianca. Io, lui Bianca e tutto il mondo che è concentrato in questo treno almeno una volta nella vita ha barcollato per quella puttana che profuma di lillà.

Il treno si ferma. In lontananza intravedo mia sorella con Cent’anni di solitudine in mano. L’eco della città di Macondo sembra arrivare sino al binario 11, dove, accanto a me, Bianca si sveglia e sorride.

“L’aria – diceva Màrquez- aveva una densità ingenua, come se l’avessero appena inventata.”

Marica Fantauzzi

Bianca

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