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Carlo, i treni e i finestrini

“Scrivere alle volte è riscrivere”

‘Anvedi -pensò Carlo tirandosi su la zip dei pantaloni- nei treni persino le scritte sopra i cessi ti fanno viaggià. Anche se, a dirla tutta, il fascino del “ 3357199697- chiamami che c’ho tre tette”  sopra al 916 direzione Piazza Venezia non è da sottovalutare.’

Carlo prendeva il treno ogni giorno da dieci anni, e ogni giorno si fiondava sullo stesso sedile, l’ultimo a sinistra, accanto al finestrino. Ogni mattina dava l’arrivederci alla stazione di Monte Mario per dare il buongiorno a quella di Ostiense. Gli capita spesso di ripensare ai primi giorni di treno, come quando si ripensa ai primi giorni di scuola, con quel magone che ti contorce lo stomaco per poi lasciarti con un sorriso appena accennato in volto.

Le prime volte saliva sul treno quasi in punta di piedi, si sentiva osservato, come se qualcuno da qualche parte lo studiasse per capire se il novello pendolare Carlo era un bravo pendolare.

-‘Che poi che vorrebbe dì un bravo pendolare? Cioè se vedo una vecchietta la faccio sedere, se mangio una mela la butto nell’apposito cestino, se faccio la pipì tiro lo scarico. Il massimo sarebbe sgridare i ragazzini che mettono i piedi sul sedile, lì mi danno tre stelline e l’accesso diretto al treno di domani. Ma davvero sto a pensà ‘ste cose? Carlo ripigliati, non ti guarda nessuno, fai la pipì dove ti pare, anche sulla vecchietta se proprio te scappa.’

Insomma, per i primi anni di treno, questo era quello che faceva: si metteva seduto a fissare il finestrino e fantasticava con sé stesso. Non che non guardasse il paesaggio eh, e chi se lo perdeva lo spettacolo che da Monte Mario passa per il Gemelli per poi passare addirittura per le pecore di Valle Aurelia. -“Che poi quanto fa ride che ci stanno le pecore a pochi km da San Pietro. Dici che l’hanno fatto apposta per la questione loro della pecora smarrita? Metti che se ne perde una il Papa c’arriva che è na bellezza. Va be, Carlo stai a esagerà.”

L’unica cosa che cambiava era chi per puro caso si sedeva accanto a lui. Le prime volte, sempre convinto che ci fosse un grande fratello del treno che lo fissasse

– “Pendolare Carlo! Stai per caso guardando le gambe della donzella che ti si è seduta accanto? Stai davvero ridendo del vecchio che si pulisce il naso con movimenti ampi attaccando le sue meraviglie sul sedile di fronte? Stai seriamente dicendo al ragazzino che canta da mezz’ora che dovrebbe andare a cagare assieme a Fedez e ai suoi maledettissimi 21 grammi di felicità? – a stento badava a chi avesse accanto. Poi un giorno cominciò a pensare che forse le sue fantasie, dalle pecore di Valle Aurelia fino alle stelline del grande fratello del treno, non erano poi così lontane dalle fantasie di chi gli era accanto. E questo lo capì il giorno in cui incrociò lo sguardo di un ragazzo che si era seduto proprio lì, a pochi centimetri da lui. Lo intravide di nascosto, gli ricordava il suo io di qualche anno fa, in bilico fra felpe troppo larghe, cuffie nelle orecchie e rabbia buona negli occhi. Senza un apparente motivo, notando il laccetto della felpa con cui il ragazzo giocava nervosamente, gli disse:

“ Te lo sei mai chiesto perché non riusciamo a star fermi con le mani? Cioè per esempio tu ora che motivo avresti di muovere ‘sto laccetto? “ – “Carlo cazzo dici, ritorna alle tue pecore. Non puoi avergli veramente parlato del laccetto. Ritorna alle p-e-c-o-r-e.”

Il pischello lo guardò con fare divertito. “No, non ci ho mai pensato.  Ma in effetti non ha molto senso. Potrei tenere il libro con entrambe le mani e lasciar perdere il laccetto. Però non lo faccio, credo mi tranquillizzi. Sto per finire il libro, e quando finisco le cose, c’ho sempre un’ansia strana. Sono dieci giorni che mi mancano dieci pagine. Dieci giorni che mi aggrappo a ‘ste pagine per non arrivare ad una fine. Quindi sì, un laccio sfigato mi fa sta più tranquillo, fa ride eh?”

Carlo era un po’ confuso, si aspettava un destro in faccia, mentre il tizio gli aveva addirittura risposto seriamente. La conversazione da lì a poco finì, il pischello lo salutò mollando il laccetto e scese alla stazione successiva.

Per Carlo il finestrino del treno era sempre stato un finestrino sul mondo, sul suo mondo però. L’ex moglie incazzata, la figlia trascurata eppure così amata, la carriera appena sfiorata e l’ultima partita pareggiata. Queste erano le immagini che scorrevano sul suo finestrino.

L’episodio col ragazzino gli fece girare lo sguardo verso un finestrino un po’ più grande, quello che ogni giorno gli si appalesava accanto nelle vesti del liceale che faceva sega, del turista tedesco che non aveva idea di dove fosse, della ragazza che disegnava su un quadernino il suo nuovo amore, del bambino che chiedeva al padre perché le nuvole non si potessero toccare, della badante che soffiava il naso alla signora, della signora che si imbarazzava.  Erano vite che viaggiavano su un binario diverso dal suo, ma che in quell’istante potevano incrociarsi.

E lui stava lì, a nutrirsi di quel pieno di umanità casuale che solo un treno riusciva ad incorniciare.

– “ A Carlè famme capì, te quindi te siedi qua e chiedi cose alle gente?”

-“ Sì, più o meno. Ma detta così pare che sò pazzo.”

-“ Eh, mo perché io sò amico tuo, ma un saltino dallo strizzacervelli non te farebbe male”

-“ Ma che stai a dì! Guarda che la gente non vede l’ora di parlare! Di raccontare! Immagina se tutti provassero a girarsi verso chi c’hanno accanto, potrebbe risultà quasi terapeutico! Guarda ti faccio vedè”

“ Signò, ma lo sa che mia madre aveva la sua stessa sciarpa? Non mi è mai capitato di vederne una simile…”

-“ Ah si? E sti cazzi!”

Marica Fantauzzi
(foto_Valerio Maggio)

carlo

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