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La valigia nera

Iniziava così la mia solita giornata di lavoro alla stazione Termini, tra il puzzo di asfalto rovente e il piscio di qualche vagabondo che defluiva sulla strada come la lacrima di uno sconosciuto. In principio mi posizionavo all’entrata, davanti allo sciame di taxi che ronzava impazzito: il sole era allo zenit e io e il mio collega boccheggiavamo sotto la divisa; si faticava anche a parlare e la nostra comunicazione si limitava a un complice scambio di sguardi per qualche bella ragazza che filava tra la massa. Più tardi mi spostavo all’interno, nel cuore o meglio nell’intestino di Termini, dove finiscono tutte le carni che Roma divora ogni giorno e che perdono ogni forma propria per fondersi in un unico grosso carnaio grondante di sudore.

Stavo facendo il mio giro di controllo barcamenandomi tra la gente quando noto una valigia tutta sola accanto ai distributori di biglietti: era nera, di media grandezza, di quelle rigide e senza alcun segno distintivo, che so, il logo della marca, nulla di nulla. Aspetto un po’, mi guardo attorno, la valigia è sempre lì, immersa con la sua enigmatica immobilità nel flusso continuo della stazione. Allora mi avvicino, la osservo con più attenzione, decido di non aprirla ancora. Qualcuno si accorge del mio interesse, parlotta confusamente, sospetti, curiosità. Alla fine decido di aprirla, in verità un po’ imprudentemente, per cercare informazioni sul proprietario: quello che trovo sono solamente una camicia di un bianco immacolato, un paio di pantaloni blu, uno spazzolino nuovo e un block notes senza nulla scritto sopra; nessun documento o targhetta che possa farmi risalire al suo possessore, sembrava che tutto fosse stato acquistato in blocco e poi abbandonato lì. Allora richiudo la valigia e mi dirigo al deposito oggetti smarriti, mentre la gente si dilegua nuovamente nel flusso. Quando torno all’ingresso della stazione per riprendere il mio turno ritrovo il puzzo d’asfalto e il piscio, ma qualcosa di nuovo è in me, qualcosa di indefinito che galleggia nella mia mente. Pensavo alla valigia, alla sua figura così precisa, squadrata, e allo stesso tempo al suo contenuto così anonimo e indecifrabile. Forse è questo Termini, forse il suo nome nasconde qualcosa di ben più profondo della vicinanza ad alcune antiche terme romane: una frontiera estrema dove terminano Roma e forse il Mondo, dove terminano l’amore e l’odio, i popoli e le lingue, dove termino io e nessun altro comincia, dove termina anche l’eternità. Ma anche termini come “parole”, come invece la possibilità di una rappresentazione, di una comunicazione, anche tra il puzzo d’asfalto rovente e il piscio di qualche vagabondo che scorre sulla strada come la lacrima di uno sconosciuto.

 

Rodolfo Veneziani (dal blog La scatola nera)

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