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Le storie di Termini: la vita di Effe

Effe è stata in questa stazione per troppi anni.
Faceva parte di quella schiera di persone che la stazione inghiotte nei meandri dei suoi tunnel, binari e sottopassi. Difficilmente ti lascia andar via quando hai bisogno di lei per sopravvivere. Ed Effe sopravviveva come tanti altri che ogni giorno affollano la stazione, lei con la sua storia e gli altri con le loro.
Ve la potrei raccontare la sua storia, ma già la conoscete. “ Giovane romena con quattro figli chiede elemosina alla stazione” , quante volte l’avete letto?
Una frase così, una storia così, l’avete vista e rivista decine di volte, magari scritta su una scatola di scarpe, magari un po’ diversa, ma il concetto era quello. Perciò se già la conoscete io non vi racconterò chi era Effe per me e per voi che la guardavamo reggere quel cartone. Vi racconterò di ciò che era Effe prima e dopo di reggere quel cartone.
Effe era la più piccola della famiglia. Abitava con la madre e le sorelle in un paesino vicino Bucharest. Crebbe in fretta, un po’ tutti lì crescono in fretta. Incontrò presto un ragazzo, si sposarono presto e altrettanto presto fecero tre figli. I soldi non c’erano, e dopo poco anche il marito cominciò a latitare. Effe decise che per lei lì non c’era più nulla. Il giorno in cui lei e i figli lasciarono Bucharest fu il giorno in cui capì che loro avevano solo lei, ma soprattutto che lei aveva solo loro. E questo in effetti non li rendeva poi così soli.
Non parlava l’italiano, ma imparava in fretta, glielo dicevano sempre a scuola.
Andò in Italia perché sapeva che altri romeni erano andati là, non che sapesse cosa ne fosse stato di loro dopo, ma non gliene importava granché. Il cibo fu il primo dei problemi, la casa il secondo, il lavoro il terzo. E proprio su quest’ordine si evolse la sua nuova vita, cercare cibo e tetto per i figli, e se le rimaneva del tempo un lavoro. Ma ecco che la stazione, questa stazione, entrò nella vita di Effe. Termini divenne la sua datrice di lavoro, i pendolari suoi possibili clienti. E come la più crudele delle padrone la stazione la teneva aggrappata a sé, consapevole che Effe aveva bisogno di quel metro quadrato, di quel cartone del Mc Donalds, di quel signore dall’aria compiaciuta che le gettava qualche spiccio racimolato dalla tasca del cappotto. Sapeva bene che andare lì e inginocchiarsi di fronte al mondo non era un lavoro.
Inizialmente pensò che sarebbe andata avanti così per qualche mese, giusto il tempo di mettersi da parte qualcosa per l’affitto della casa, poi avrebbe trovato qualcosa di meglio. In fondo quando da piccola le chiedevano cosa avrebbe voluto fare da grande non rispondeva, ma dentro di sé si immaginava felice.
I mesi passarono, e presto divennero anni.
Effe sapeva perché la gente in stazione la guardava con disprezzo. In fin dei conti si era abituata a quella vita, non aveva mosso più un dito per trovare lavoro da quando la licenziarono dopo due mesi perché si portava la bimba più piccola con sé. E negli anni aveva capito che la gente questo non lo sopportava – “stai là seduta ad aspettà che? Alzati e trovati un lavoro!” Che poi all’inizio ci provò a parlare con la gente, ma quest’ultima chissà perché dopo la loquacità nel dirle di trovarsi un lavoro, scappava via infastidita.
Qualcuno però si fermava. In cinque anni dentro a quella stazione aveva imparato a conoscere ogni agente, ogni barista, ogni senza tetto, ogni persona che per i più svariati casi della vita passava dentro a quelle mura gran parte della sua esistenza. Ci stava ‘Ciccio’ che ogni mattina spazzava le scale che dalla metro A portano alla metro B, che quando vedeva Effe sedersi nel punto appena pulito le urlava canzonandola “ a Effettì ma te pare il modo? Guarda ‘sto pavimento come luccica, fallo respirà n’attimo.” E dopo un sorriso complice ricominciava a pulire. Ci stava Terry che lavorava al bar, Effe la incrociava sempre mentre litigava col fidanzato per telefono, finchè una volta Terry le confessò che non era il fidanzato, ma l’amante. Il fidanzato era “ bono e caro! Me fa sempre trovà la cena in tavola, caruccetto”.
Per non parlare di Eddi, un cinquantenne napoletano, sposato e poi divorziato che aveva deciso di mollare tutto per viaggiare “come Cristoforo Colombo”. Peccato che in America non solo non ci arrivò mai, ma ogni volta che provava a prendere un treno ci ripensava e aspettava il prossimo. “ E che sarà mai uaglioncella, alla fine di treni ne passano a decine, prima o poi uno lo piglio sà!”
E quando questo accadeva, quando uno di loro si fermava, Effe ritrovava un po’ di sé.
Cinque lunghi anni passarono così, in un posto che tutti utilizzavano per arrivare da un’altra parte, mentre lei era sempre già arrivata.
Lei però, non i suoi figli, loro avevano una vita intera per arrivare.
Un giorno di Settembre prese i figli e andò a Termini. E questa volta ,strizzando l’occhio ad Eddi, fece quello che fan tutti in stazione, prese un treno e andò via.

Oggi Effe quando passa per la stazione di Francoforte sorride, prende la prima linea per accompagnare i bambini a scuola, la seconda per raggiungere il ristorante dove lavora.
E oggi inizia la sua storia.

Marica Fantauzzi

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One comment

  1. che bello!
    … e io che aspettavo un finale crudo , ancora più crudo dell’inizio e invece…
    grazie!

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