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Una bolla d’amore sul binario

Camminavo svelta, binario 1, binario 2, e così via. Ricordo d’essermi fermata perché avevo un sassolino dentro la scarpa che mi portavo dietro da Battistini. Arrivata a Termini decido di arrendermi al volere del sassolino. Mi fermo e lo libero, ciao sassolino. Cacchio se rompevi le palle.

Mi rimetto la scarpa e alzo la testa. Davanti a me un padre saluta quello che presumo sia suo figlio.

Il padre aveva una valigia grande, di quelle che ti fanno pensare ad un lungo viaggio. Il figlio uno zainetto, di quelli che ti fanno pensare ai giorni passati a sbadigliare mentre la professoressa di chimica ti parla di zolfo e… va be quella roba là insomma.

Erano l’uno di fronte all’altro, da lontano immaginai che il treno dovesse ancora arrivare. Mi avvicinai svelta, sperando non so bene perché che il treno tardasse. Arrivai abbastanza vicina da rendermi conto che il padre cercava timidamente la mano del figlio. Una mano piccola, che timidamente si lasciava cercare.

Erano due figurine che si sfioravano nel mezzo di un binario, un binario in mezzo ad altri binari, binari in mezzo ad una delle stazioni più affollate nella storia delle stazioni. C’erano centinaia, che dico, migliaia di motivi per cui non mi sarei potuta accorgere di quella bolla d’amore.

Un binario ,per esempio, che come giustamente osservava Gustavo ( vecchio esperto di binari, almeno così s’era presentato) è così lungo “ che quando arrivo alla fine come minimo m’aspetto una fontanella con sopra inciso a chiare lettere “ DAJE FORTE GUSTAVO, BOLT TE FA NA PIPPA”; una quantità non indifferente di macchinine elettroniche che ti falciano a suon di BEEEEEEEEEP BEEEEEEEEEP BEEEEEEEEEEEEEP, che se per caso non senti il BEEEEEEEEEEP, sicuramente senti il  TE-DEVI-LEVARE-IO-STO-A-LAVORAREEEEEEE, del simpatico tizio al volante; l’aitante ottantenne davanti a te che con le sue settordici buste della spesa camminerà sempre a sinistra se provi a superarla a sinistra, o a destra se provi a superarla a destra.

Senza citare tutta quella serie di tempi e contrattempi, persone e personaggi, scene e sceneggiate, rumori ed umori, corse e rincorse, sensazioni e assenza d’azioni che anche in soli dieci minuti Termini è capace di regalarti.

In mezzo a questo microcosmo però, io vidi loro. In quell’istante quel padre e quel figlio non lo sapevano, ma erano l’ombelico della stazione più grande d’Italia, un unico particolare capace di fermare il tempo e lo spazio, il mio almeno.

L’altoparlante ci riportò sulla terra ferma. Il padre ingoiò le lacrime, il figlio si sistemò il cappello per non pensare alle sue. Il tempo di una carezza, un treno arrivò. Io timidamente mi avvicinai a quello che ero certa fosse un addio.

“ A pà però n’è possibile che ogni volta che vai du giorni al paese de nonna te tocca comprà na valigia per riportài i prosciutti e i barattoli de soppressata, essi bono sù. Poi co mamma ce parli te! “

Ebbene sì, il particolare che fermò il mio tempo e  il mio spazio quel giorno non fu un tragico addio tra padre e figlio, ma…un barattolo di soppressata. Termini è anche questo.

Storia di Marica Fantauzzi

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