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Tra i filippini pro Duterte a Roma

Originariamente pubblicato sul sito di Internazionale, un breve viaggio tra i filippini di Roma che inneggiano a Duterte come speranza di una nuova politica in Filippine. Una speranza sancita dal plebiscito di voti che il neo presidente ha ricevuto tra i filippini a Roma, circa l’85%. 

Rodrigo Duterte è spesso conosciuto come “Il giustiziere” o il “Trump filippino”, per via del suo atteggiamento violento e anti politically correct. Affermazioni come “Voglio uccidere 3 milioni di drogati nelle Filippine” sono spesso citate come certo sinonimo di una deriva autoritaria che le Filippine hanno già vissuto ai tempi del dittatore Marcos, peraltro recentemente ricordato come “eroe” in una cerimonia funebre molto contestata in Filippine.

Duterte, 71 anni, è un ex pubblico ministero a lungo sindaco della terza città più grande delle Filippine, Davao, dove il suo motto era “pugno di ferro”. Qui però si complica l’analisi della sua figura. Se certamente infatti si può parlare di Duterte come di autoritario senza scrupoli, la sua vicinanza alla guerriglia comunista del Mindanao (Npa, New People’s Army), l’isola in cui si trova Davao, lo ha sempre reso simpatico alla sinistra radicale. Proprio con loro Duterte potrebbe realizzare qualcosa di positivo, ponendo fine a quaranta anni di conflitti a fuoco nelle zone più rurali del paese. Lo stesso potrebbe succedere sul fronte musulmano, con i radicali islamici che in Mindanao combattono per la costruzione di uno Stato islamico. Qui la parola d’ordine per Duterte è federalismo, ma noi italiani sappiamo bene come questa parola possa diventare un vessillo vuoto. Prima di tutti però bisogna capire con chi vuole allearsi Duterte. Innanzitutto, i cinesi, storici nemici del nazionalismo filippino, che vede nella minoranza cinese-filippina un nemico dell’identità filippina.

Per mesi si è parlato della sentenza della Corte dell’Aja sul diritto territoriale nel cosiddetto Mar cinese da parte delle Filippine, che dà al paese di Duterte un beneplacito giuridico sulle isole contese con la Cina. Eppure Duterte ha aperto a Pechino, mostrando disprezzo ancora una volta per le istituzioni di diritto che tanto lo criticano per il suo mancato rispetto dei Diritti umani. Addirittura Duterte ha ventilato l’ipotesi di trovare un accordo con la Cina in cambio di un massiccio investimento cinese nella costruzione di una rete ferroviaria in Filippine, infrastruttura finora totalmente mancante. Un dettaglio che non poteva passare inosservato a Francesco Conte, autore di questo breve reportage, che in Filippine è stato anche quest’anno per realizzare proprio una serie di interviste su Duterte a Davao, la città di cui è stato a lungo sindaco.

La lotta alla droga di Duterte sembra destinata a essere una public policy failure, ma il destino politico di Duterte potrebbe dipendere in maggior parte dalla possibilità di una giustizia sociale che ha poco a che fare con la droga. La pace coi maoisti dell’Npa (New People’s Army) potrebbe essere un primo passo, anche se è difficile predire una pace duratura, in un contesto molto frammentato, dove basta una “pistola fumante” per mandare all’aria ogni prospetto di pace. Poi c’è la questione musulmana, con una miriade di gruppi di radicali musulmani, specialmente nell’isola di Mindanao, l’isola di Duterte. Riuscirà Duterte a usare il suo “pugno di ferro” per creare una pace duratura con i più violenti di lui? Sembra proprio che la politica filippina, ma anche americana, se guardiamo a Trump, o italiana se guardiamo a Grillo, sia giunta a questo punto: da una parte chi segue FB e auspica soluzioni drastiche, dall’altra chi crede che è meglio una pace piccola oggi, che una possibile guerra domani. Da una parte i “populisti”, dall’altra lo “status quo”. Trovare una collaborazione tra questi due poli, dovrebbe essere la politica, oppure fomentarne la divisione?

Che ci piaccia o no, la soluzione finora, quella decretata dalle urne, è stata quella del miliardario anti sistema Trump (“il presidente operaio” che noi conosciamo bene sotto il nome di Berlusconi) e quella dell’autoritario Duterte, che in Filippine viene comunque visto come socialista, specialmente per il suo anti americanismo. Nell’esperienza italiana – a partire dal fascismo – sappiamo bene che socialista può voler dire tutto e niente, destra e sinistra. L’importante è essere anti sistema, per prendere i voti, ed essere capaci di costruire un sistema nuovo, che possa far mantenere il consenso. Nel caso di Duterte, un sistema in cui gli Stati Uniti conteranno meno della Cina, da cui importare armi, rete ferroviaria e rispetto dei Diritti umani.

 

 

Francesco Conte

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