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Fouad: Rome, and the Syrian revolution

Fouad is a journalist and activist originally from Syria, but who grew up in Italy. He talks to us about his personal identity as a Roman Syrian, and how his life changed after the start of the revolution in Syria.

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3 comments

  1. Una persona intelligente davvero. Purtroppo pare che la solidarietà sia una merce rara in Italia anche tra italiani, figuriamoci con gli stranieri o coi famigerati migranti, o ancora con realtà lontane dalla nostra…
    Ho letto di recente le “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, del Foscolo. Il quale scriveva, già più di un secolo fa:
    (Firenze, 25 settembre 1798)
    Capito? “Le stesse catene”. Solo quel suono ci rende familiare il prossimo. Solo le nostre catene sono ingiuste e chiedono di noi.
    Quelle il cui suono viene invece da un altro paese (mettiamo la Siria) è come fossero catene fatali, una necessità naturale che in quanto tale non ci riguarda. Lo sottolineo per riprendere quanto diceva Fouad a proposito di quest’ossessione della lingua (del suono di una lingua), di questa necessità di pensarlo italiano: di renderlo un innocuo e tranquillizzante italiano… Ovvero tranquilli di poter non tenerne conto, di poterlo dare per scontato, conosciuto e quindi indifferente. In definitiva, questo volergli appioppare le nostre stesse, rassicuranti catene.

  2. Una persona intelligente davvero. Purtroppo pare che la solidarietà sia una merce rara in Italia anche tra italiani, figuriamoci con gli stranieri o coi famigerati migranti, o ancora con realtà lontane dalla nostra…
    Ho letto di recente le “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, del Foscolo. Il quale scriveva, già più di un secolo fa:
    “Così noi tutti Italiani siamo fuorusciti e stranieri in Italia: e lontani appena dal nostro territoriuccio, né ingegno, né fama, né illibati costumi ci sono di scudo: e guai se t’attenti di mostrare una dramma [“un grammo”] di sublime coraggio! Sbanditi appena dalle nostre porte, non troviamo chi ne raccolga. Spogliati dagli uni, scherniti dagli altri, traditi sempre da tutti, abbandonati da’ nostri medesimi concittadini, i quali anziché compiangersi e soccorrersi nella comune calamità, guardano come barbari tutti quegli’Italiani che non sono della loro provincia, e dalle cui membra non suonano le stesse catene […]” (Firenze, 25 settembre 1798)
    Capito? “Le stesse catene”. Solo quel suono ci rende familiare il prossimo. Solo le nostre catene sono ingiuste e chiedono di noi.
    Quelle il cui suono viene invece da un altro paese (mettiamo la Siria) è come fossero catene fatali, una necessità naturale che in quanto tale non ci riguarda. Lo sottolineo per riprendere quanto diceva Fouad a proposito di quest’ossessione della lingua (del suono di una lingua), di questa necessità di pensarlo italiano: di renderlo un innocuo e tranquillizzante italiano… Ovvero tranquilli di poter non tenerne conto, di poterlo dare per scontato, conosciuto e quindi indifferente. In definitiva, questo volergli appioppare le nostre stesse, rassicuranti catene.
    “… ma una nazione non si può sotterrar tuttaquanta.”

  3. molto molto interessante…intelligenza e sensibilità rara…mi piacerebbe fargli qualche domanda, è possibile poter avere un suo contatto? (ovviamente se lui è d’accordo).

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