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Tra gli ultimi No Tav

Vi portiamo a Chiomonte, in val di Susa, dove da poche settimane si può entrare a ridosso del cantiere Tav che per anni è stato il bersaglio di una protesta diffusa e che ha avuto dei momenti di gloria. Li ripercorriamo con alcuni protagonisti di questa lotta, anche se i giornali di oggi non sono più interessati al Tav (che sarebbe forse più corretto chiamare “Tac”, treno alta capacità, visto che si parla piuttosto di trasporto merci che di persone).

“No, mi spiace, il video sulla Tav è fatto bene, ma la vicenda è ormai marginale” – “Si è detto e scritto molto sulla Tav, tornare con un video così non è narrativamente solido”. Queste alcune delle risposte da media italiani ai quali abbiamo proposto questo video. E’ giustissimo, sul tav (non “la tav”) si è detto e scritto molto, per poi abbandonare l’argomento. Quando ci si tornerà? 

“Siamo molto delusi dai giornalisti”, ci raccontano in Val di Susa, “Vengono solo quando sentono l’odore del sangue”. E allora andiamo in valle a vedere coi nostri occhi, senza delegare la vista alla mediazione dei giornali tanto detestati per avere conflitti di interessi con i loro editori, con le direzioni politiche che pure hanno il loro peso in cosa viene pubblicato e cosa no. 

Poi diciamocelo, andare tra i No Tav oggi è scomodo, “perché ci sono i grillini”, visto che il M5S è l’unico partito (chiamatelo “movimento” o come volete) che si è schierato con i No Tav sin da anni non sospetti. E in effetti, tra le prime volte che vedemmo Grillo in veste di polemista pubblico era proprio in una delle più grandi manifestazioni No Tav, al parco della Pellerina, a Torino, ormai più di dieci anni fa.

Ne è passato di tempo, e il Tav è diventato un oscuro ricordo per i più, un feticcio da scrivere sui muri, o un precedente penale per i molti che testardamente hanno per anni messo la loro faccia tra il filo spinato del cantiere di Chiomonte e dintorni. Tornare ora, nel 2017, significa constatare l’evidente: lo Stato non può darla vinta ai residenti di una valle qualunque, che si lamentano di avere già fin troppe infrastrutture. D’altronde il Tav non sarebbe di certo per loro, ma piuttosto per le mega aziende che si occupano di infrastrutture mastodontiche a livello continentale. 

La chiamano spregiativamente sindrome “nimby”, not in my back yard (“non nel mio cortile”), nel senso che chi protesta contro la costruzione di quest’opera lo fa esclusivamente perché si deve fare vicino casa sua. Eppure negli anni si è costruita una piattaforma variegata che contrasta il Tav, certo, a partire dai professionisti della protesta (quelli che una volta si chiamavano “no global”), e tutte le altre residuali frange ambientaliste e anti-capitaliste, insomma degli impresentabili al tavolo delle trattative tra UE, Italia e ditte con Pil grandi come paesi sovrani. Gli stessi impresentabili che spesso in altri paesi, con altre storie, finiscono per votare un Trudeau in Canada, o un Trump negli Stati Uniti. Persone che vogliono influire sulla storia, che credono ci sia bisogno anche del loro consenso per mobilitare miliardi di euro e rocce.

I No Tav hanno rappresentato un’istanza di cambiamento, ed è stata schiacciata dalle forze dell’ordine prima, dai tribunali dopo, e infine dai giornali. E poi ci si lamenta che “i grillini” vadano a informarsi altrove, che inizino a credere a complotti dietro ogni evento. La verità è che “grillini” molti ci sono diventati, perché erano impresentabili gli altri. Lo stesso che ironicamente è successo con Trump. Sono dinamiche sociali in cui persone lontane, di provincia, vengono “narrativamente” abbandonate, senza contare che anche lì uno vale uno, alle elezioni. Insomma, è forse vero che i No Tav hanno perso l’ultima battaglia, ma ci sono ancora, e la storia ci insegna che ogni protesta si sublima in qualcos’altro, in un diffuso malcontento, o in nuove forme di lotta e attivismo. In questo senso vogliamo seguire i No Tav che per oltre 20 anni hanno fatto di questa lotta una forma di coesione sociale, un motivo di vita.

Nei media mainstream abbiamo abbandonato la storia del Tav perché era troppo complessa, perché ormai il Tav ha vinto, perché lo Stato non può piegarsi di fronte a una protesta, seppur di massa, come lo è stata a lungo. Abbiamo abbandonato la storia del Tav perché la gente si stufa, c’è bisogno di nemici nuovi, e i migranti – o i politici – sono di certo bersagli più facili che un tunnel che non si vede, e che non si vedrà magari per un’altra generazione.

Se è vero infatti che il Tav va avanti, e il cantiere super militarizzato di Chiomonte lo dimostra, va pur sempre molto a rilento, sia in Italia che in Francia, e le date di completamento dei lavori sono tutt’altro che chiare, come non lo sono le cifre che compongono l’infinita sfilza di zeri che va sotto la dicitura “costo dell’opera”.

“Se avessero speso tutti questi soldi per decine di migliaia di piccole opere, avremmo potuto mettere in sicurezza il territorio, creando centinaia di migliaia di posti di lavoro, ma loro cosa ci avrebbero potuto rosicchiare?”

Fran Atopos

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