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Le memorie in stazione a Tata, Ungheria

Anna è un’insegnante di inglese e giornalista originaria di Tata, in Ungheria. Ora abita a Berlino, ma è cresciuta nel Regno Unito quando l’Ungheria era ancora sotto significativa occupazione sovietica. Anna ci racconta alcune memorie personali legate alla stazione di Tata, e altre che ci riportano alla recente storia di questo paese. Fu solo nel 1989 che l’Ungheria aprì le frontiere, contribuendo allo smantellamento della cortina di ferro. Evento significativo alla luce di quanto si vede oggi, con la legge approvata dal Parlamento di Budapest, in cui si autorizza la detenzione in container dei rifugiati in arrivo in Ungheria. E di rifugiati l’Ungheria ne ha visti eccome, ma più che arrivare, li ha visti partire. In primis, in seguito alla fallita rivoluzione del 1956, in cui si calcola che circa 250.000 persone (il 3% della popolazione ungherese) dovettero rifugiarsi all’estero, per sfuggire alla violenta repressione sovietica. In seguito, a causa della situazione economica ungherese, mai florida, che ha spinto molti ungheresi a cercare fortuna all’estero. La strategia del governo Orban rispetto ai tanti ungheresi che ancora oggi lasciano il paese è quella di additarli come anti-ungheresi, serio insulto per una nazione piccola, ma fiera (soprattutto del suo passato e della cosiddetta “Grande Ungheria”). Nonostante questo, le tattiche divisive del primo ministro più anti-europeista dell’UE, non hanno recentemente trovato appoggio presso il suo elettorato, che non è riuscito a imporsi nel recente referendum anti migranti, su cui TerminiTV aveva dedicato uno speciale, che potete vedere qui. Un’ossessione, quella dei migranti, che trova sponde in vari paesi, e che preoccupa sia per il fanatico anti-islamismo, che per l’evidente manipolazione della realtà che partiti come quello di Orban mettono in atto, additando i rifugiati come nemici del popolo, proprio come successe 70 anni fa a ebrei, gay e comunisti. Una memoria che molte famiglie hanno ancora dentro, come quella di Anna, la cui casa a Tata, ci racconta, fu usata dal nonno per nascondere cittadini di origine ebraica dai rastrellamenti dell’esercito tedesco. Una memoria che speriamo sia d’aiuto per quanti ancora oggi credono di risolvere i problemi trovando dei nemici e dei facili bersagli.

Francesco Conte

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