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Sul femminismo e gli studi di genere

E’ andata in Ungheria, a Budapest, per studiare “Gender studies”, un corso di laurea tradotto con “studi di genere”, ovvero una specializzazione, se vogliamo essere tranchant, in femminismo. Wikipedia sintetizza la definizione di genere così: “Il genere è un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità: viene creato quotidianamente attraverso una serie di interazioni che tendono a definire le differenze tra uomini e donne.”

video: Fran Atopos

Incontriamo Frejiya, islandese residente a Budapest, alla stazione di Nyugati, e discutiamo proprio di questi temi, oltre che degli stereotipi sugli islandesi. “In verità”, ci racconta, “ci sono più differenze tra gli uomini o tra le donne, che tra i due generi in senso lato”. Ed è questa la ragione per la quale a volte parlare di genere, di femminismo, non aiuta se non a mantenere le distanze usando dei parametri biologici che di certo non sono gli unici a disposizione. 

Si parla in questi giorni del titolo “patata bollente” usato da Feltri parlando di Virginia Raggi, e la levata di scudi bipartisan, o tripartisan pure, è immediata. “E’ una vergogna, uno scandalo” ecc., ma del fatto che al festival di San Remo, che si tiene proprio in questi giorni, si reiteri la figura della donna valletta, che non viene neppure reputata capace di leggere i nomi dei vincitori, del fatto che quotidianamente l’oggettificazione del corpo femminile ci accompagna dai telefoni alle fermate dell’autobus, del fatto che la moda ripetutamente mette a modello donne semi anoressiche, di questo non riusciamo più a parlare, se non ripetendo i soliti mantra femministi.

“Real men are feminists” è un motto che oggi va di moda tra le femministe di ogni origine, e di certo non vogliamo andare contro le femministe, anzi, bisogna andare in trincea, dove ha senso combattere. In primis nelle comunità musulmane in paesi europei, ad esempio, dove giovani donne stanno cercando di essere riconosciute nella loro unicità, oltre il loro essere musulmane e quindi banalizzate come “donne con il velo”. Lì c’è bisogno di femminismo molto di più che nell’attaccare i titoli di “Libero” (che peraltro ne ha creati di ben peggiori, proprio sui musulmani). 

Ci augureremmo quindi più dibattito e più voce per le femministe che davvero lottano per i diritti delle donne a essere libere di esprimersi e vestirsi come vogliono, e meno pubblicità ai titoli dei giornali, fatti apposta per vendere più copie, perché diciamocelo, se La7 ieri ha programmato il film “Patata bollente” proprio per cavalcare l’onda del dibattito, se noi stiamo parlando proprio di questo tema, è perché Feltri l’ha vinta di nuovo. E quindi, la prossima volta dedichiamoci a qualcosa di più serio, di più concreto, della vita delle persone e dei loro diritti. Delle donne, dei bambini, dei lavoratori, delle minoranze. In questo senso diremmo, “all rights are feminist”, “tutti i diritti sono femministi”.

Quanto mi piacerebbe se l’eguaglianza dei sessi si potesse ottenere anche con un titolo come “Pisellino bollente” per qualche politico – eterosessuale – invece che indignandosi per “patata bollente”, che è un titolo scemo, ma satirico. Purtroppo però, e su questo il femminismo ha più che ragione, gli uomini non vengono presi in giro allo stesso modo. Non è che sia bello prendere in giro, ma non siamo a scuola, e bisogna cercare di regolamentare il regolamentabile (anche se poi le regole non vengono spesso rispettate, come quelle dell’apostrofare “marocchino” qualcuno in prima pagina, quando la sua nazionalità non ha rilevanza nella notizia).

D’altronde però non mi piace neppure la mancanza di ironia, anche se – ripeto – non si può ridere solo degli altri, delle altre, ma anche di noi stessi – in quanto uomini. Insomma, io sono in disaccordo con questo titolo come sono in disaccordo quando si prende in giro Brunetta per il fatto che è basso. Le caratteristiche fisiche non dovrebbero mai entrare in discussione. Però in questo caso, parlandosi di amanti, la “patata” ci poteva pure stare (detto da uno che non ha mai comprato “Libero”), ma in riferimento all’azione dell’essere amanti con questo tale Romeo. Insomma, forse si taglia troppo il capello in quattro, e senza dubbio è fondamentale continuare le lotte femministe, ma anche non sparare con un bazooka contro un moscerino, come è in questo caso Feltri, che però lamenta giustamente come lo stesso titolo “Patata bollente” non creò nessun scalpore quando si riferiva alla cosiddetta “Ruby rubacuori”, nonché fantomatica nipote di Mubarak (quella menzogna sì uno scandalo). Insomma, se le parole sono importanti, è importante anche chiamare vergogna e scandalo qualcosa di più di un titolo di un giornalaccio che vende copie proprio grazie a tutta questa pubblicità. 

Se questo può essere tacciato di “benaltrismo”, specifico, non sto dicendo solamente che ci sono battaglie più importanti da fare, e quindi tralasciamo questa. Sto dicendo che per conquistare i diritti secondo me bisogna saper discutere anche con chi si esprime diversamente, come me in questo caso, bisogna cercare sempre di discutere oltre che di indignarsi. Perché se si attacca, gli altri si difendono, è un gioco vecchio come il mondo, e non porta a grandi progressi. Se invece pacatamente, ma con fermezza, si lotta per i diritti di tutti/e, sin dal luogo di lavoro, allora sì che leveremo la patata bollente sin dall’origine. Andare alla fonte del problema insomma, più che mettere paletti su quello che si può o meno dire, perché i tabù non servono (come dimostra l’elezione di Trump, ad esempio).

Siamo in un periodo in cui non si deve temere il disaccordo, e neanche l’idiozia, e invece che su battaglie verbali si dovrebbe mostrare come davvero le differenze di genere portano a insopportabili diseguaglianze nel mondo lavorativo, affettivo ecc. Ovviamente questo già si fa, come ha mostrato la grande partecipazione mesi fa alla marcia delle donne a Roma, e quella è la società, propositiva e positiva, che attirerà nuovi femministi/e, non nel bacchettare un Feltri qualunque dicendo che non può scrivere “patata bollente”. Così si fa a scuola, e non funziona quasi mai, anzi.

Francesco Conte

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