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L’unico ciadiano di Roma

Suleyman viene dal Ciad.  Aveva poco più di 17 anni quando arrivò in Italia, erano gli anni ’90, e io ancora dovevo nascere.

Lo incontro per la prima volta davanti casa sua. Che è praticamente dietro casa mia.  Curioso che non l’abbia mai incontrato, eppure davanti casa sua ci si passa sempre. Tutti passano davanti al parcheggio abbandonato di piazza Cornelia.  Un parcheggio sotterraneo diventato famoso per esser stato costruito sbagliando le misure, motivo per cui se oggi passate di lì non trovate macchine, ma trovate lui, Suleyman.

video: Fran Atopos 

Francesco ha conosciuto Suleyman alla stazione Termini. Era una giornata come tante, il “ciadiano” (così lo chiamano qui intorno), faceva avanti e indietro per la stazione in cerca di qualche spiccio per comprarsi del cibo.  Il perché Fran si fermò quando incrociò la vita di Suleyman l’ho capito solo quando la incrociai anche io.

-“Piacere Suleyman sono Marica, un’amica di Francesco, lui sta per arrivare.”

Il ciadiano mi guarda con aria sorpresa, ma il nome Francesco deve averlo tranquillizzato. Decidiamo di andarci a mangiare un pezzo di pizza. Mentre sceglie cosa prendere, penso che non ho mai conosciuto nessuno che viene dal Ciad. Anzi, mi dico, non son neanche troppo sicura di dove si trovi il Ciad.

“ Nessuno conosce mai il Ciad. Tutti conoscono Nigeria, Sudan, Libia, ma il Ciad proprio mai. È piccolo e senza mare. Qui in Italia -mi racconta Suleyman mentre mangia velocemente il suo pezzetto di pizza margherita- non c’è l’ambasciata del Ciad. Esisteva un console, un brav’uomo, che poi è morto.”

Passiamo mezz’ora in quella pizzeria, mezz’ora in cui scopro un’esistenza tragica, ma inspiegabilmente priva di rabbia o disperazione. “Nei miei primi anni in Italia avevo trovato un lavoro, in nero, ma sempre un lavoro. Dopo di che la situazione è difficile per gli italiani, figurati per noi”. Gli chiedo che si ricorda del Ciad, mi dice che si ricorda tutto, dall’erba molto verde agli alberi grandi come montagne. “Lì ho imparato a fare quel che avrei voluto fare per tutta la vita, giocare a calcio. Ora mi vedi così, tutto mezzo acciaccato e vecchiarello, ma ero forte, cavolo se ero forte.” Intravedo una nuvola di nostalgia passargli delicatamente sopra gli occhi, e ripenso a chi un giorno mi disse di non sottovalutare la potenza di un pallone “ fra i piedi incontaminati di un bambino”. 

Non posso fare a meno di notare le sue mani grandi, che una volta devono esser state calde, e che il gelo di oggi le ha ferite, lasciandole gonfie e tagliate. Vergognandomi della quantità di piumoni sotto i quali dormo in queste notti gelide, gli chiedo banalmente come riesce a resistere di notte per strada. “ Per strada? Ma io dormo sopra tre cartoni! E ho anche più di una coperta! C’è qualcun altro che soffre, lì in stazione. Decine, sono decine di persone che dormono sul marmo di Termini. E quel marmo è freddo, lo sa Dio quanto è freddo. Io ringrazio sempre quando mi sveglio, ringrazio sempre quando vedo il sole del giorno dopo.”

Fisso il ciadiano negli occhi. Sono circa quarant’anni che vive così. “Non esisto io, non esisto per il Ciad perché non ho più il passaporto. Non esisto per l’Italia perché non ho uno straccio di documento.

Ma mi hanno detto che l’ambasciatore ciadiano in Francia ci viene qua se lo contatto, dicono che è un uomo buono. Forse lui può aiutarmi, devo solo capire come.”

Mentre la mia inutile rabbia viene sconfitta dalla sua disarmante speranza scorgo Fran fuori dalla pizzeria.

Suleyman sorride, non pensava che Francesco avrebbe trovato il tempo di venire.

Sartre diceva che esistere voleva solo dire esserci; “chi esiste si lascia incontrare”.

E il ciadiano si era lasciato incontrare.

storia: Marica Fantauzzi

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